martedì 20 giugno 2017

Ius soli: una porta verso il futuro

Agenzia Habeshia
Ius soli: una porta verso il futuro 
E’ preoccupante la piega che ha assunto tra i partiti politici la polemica sullo ius soli a proposito della nuova legge sulla cittadinanza in discussione al Senato dopo essere stata approvata alla Camera alla fine del 2015. E’ un tema importante: si tratta della vita di migliaia di bambini e ragazzi e si tratta di allineare l’Italia a gran parte dei Paesi europei, senza contare l’intero continente americano, a cominciare dagli Stati Uniti e dal Canada. Eppure – nonostante il ritardo sia già enorme, visto che l’ultima legge italiana sulla cittadinanza risale al 1992 – nella maggior parte dei casi si va avanti per slogan e per barricate. Con tutta una serie di no. E il peggio è che si ha come l’impressione che non ci si renda conto di cosa significhino, in concreto, tutti questi no.
Negare la realtà e negare uno dei diritti umani fondamentali: questo significa, innanzi tutto, dire no alla ius soli. La realtà che il mondo intero va verso una società multietnica e multiculturale. Il diritto di ciascuna persona di non subire discriminazioni di alcun genere, qualunque sia il colore della sua pelle, il credo religioso, le idee politiche, il luogo di provenienza, ecc. Significa, in altri termini, rimanere ancorati a un “diritto del sangue” anacronistico, di sapore razzista e non a caso difeso con forza dal fascismo, che su questa base è arrivato a ipotizzare delitti contro la stirpe “ariano-romana”. E’ risibile l’obiezione che si tratta di “difendere l’italianità” e “l’integrità della cultura italiana”. I ragazzi a cui è indirizzato lo ius soli parlano italiano, pensano italiano, sono di cultura italiana, si sentono italiani ed europei. Con una mentalità aperta al mondo e senza pregiudizi. Ovvero, non solo non minacciano ma arricchiscono “l’essere italiani” oggi.
Già oggi i genitori di questi ragazzi a cui è negata la cittadinanza stanno dando un grande contributo a questa Italia che nega il futuro per i loro figli. I 2,3 milioni d’immigrati che lavorano in Italia hanno prodotto nel 2015 ben 127 miliardi di ricchezza (8,8% del valore aggiunto nazionale). Il contributo all'economia di lavoratori stranieri si traduce in quasi 11 miliardi di contributi previdenziali pagati ogni anno, in 7 miliardi di Irpef versata, in oltre 550 mila imprese d’immigrati che producono ogni anno 96 miliardi di valore aggiunto. Di contro, la spesa pubblica italiana destinata agli immigrati è pari all’1,75% del totale. Grazie a loro lo stato paga 640 mila pensioni, gli immigrati in cambio ricevono ogni giorno tanti attacchi e insulti di ogni genere oltre che essere criminalizzati in ogni dove, tutto questo per un paese che si ritiene civile è uno spettacolo indegno e desolante.
Ecco, dire di no allo ius soli significa non capire quello che è già il “presente” del nostro Paese. Perché già oggi la “società giovane”, quella dei nostri ragazzi, è una società multietnica, che vede nelle linee di confine un punto di incontro e confronto: non di isolamento e chiusura. Lo dimostra in particolare la scuola, frequentata da migliaia di alunni arrivati in Italia quando erano piccolissimi o che addirittura in Italia ci sono nati, da genitori immigrati e ormai inseriti a pieno titolo nella nostra società, contribuendo in grande misura all’economia del Paese.
Sono tanti questi bambini e ragazzi “stranieri”: secondo uno studio della Fondazione Moressa su dati Istat, in tutto risultano circa 1 milione e 65 mila. E 634.592 quelli nati in Italia da madri straniere, a partire dal 1999. Tantissimi studiano: secondo i dati ministeriale, nell’anno scolastico 2014-15 ne risultavano iscritti 814.187 dei quali 291.782 alle scuole primarie (10,4 per cento del totale); 167.068 nella scuola media di primo grado (9,6 per cento); 187.357 nella media di secondo grado (7 per cento); 167.980 nelle scuole dell’infanzia (10,2 per cento). Giovani e giovanissimi che faranno parte, anzi, saranno essenziali per l’Italia di domani. Molti di loro, ad esempio, potrebbero diventare i migliori “ambasciatori” dell’italianità e della “proposta italiana”, lanciando un ponte tra la Penisola e i Paesi d’origine: nella cultura, ad esempio, o nell’università e nella ricerca, nella diplomazia, nei piani di sviluppo e cooperazione, nei programmi economici, nello stesso processo di integrazione dei migranti che, in un mondo sempre più “piccolo” e globalizzato, sicuramente continueranno ad arrivare. Ci sono già esempi importanti in questo senso: negli Stati Uniti, in Canada, nel Regno Unito, in Francia… Del resto è accaduto esattamente lo stesso con le comunità dei milioni di italiani che, nel tempo, le circostanze e le necessità della vita hanno sparso in tutto il pianeta.
Chiudere la porta in faccia a questi ragazzi, negando lo ius soli, significa allora anche voltare le spalle al futuro. Significa condannare l’Italia a una gretta, miope mentalità localistica, chiusa, egoista, sospettosa. A farne un paese sempre più fermo, spento, avvitato su se stesso. Un paese senza domani. Vecchio. La battaglia, allora, non è solo per la sorte dei ragazzi stranieri nati o arrivati piccolissimi in Italia: è per tutti i giovani del nostro paese. Per come vogliamo che sia l’Italia di oggi e soprattutto quella di domani. 

                          Don Mussie Zerai

lunedì 19 giugno 2017

International cooperation and governance of migration in all its aspects


Statement by Reverend Father Michael Czerny, Undersecretary of the Migrant and Refugee Section of the Holy See Third Thematic Session on the Global Compact for safe, orderly and regular migration Panel 1: “International cooperation and governance of migration in all its aspects” Geneva, 19 June 2017

 My Delegation wishes to welcome once again the two co-facilitators and the Special Representative for International Migration. I also would like to thank the panelists for their thoughtful presentations.

 The Holy See has repeatedly stressed the conviction that, before the divisions of borders, we are one human family and it has called for a greater humanization of the global movement of people. As Pope Francis reminds us “migration, if handled with humanity, is an opportunity for everyone to meet and grow” (Interview on the struggles of migrants and refugees, 28 March 2017). Indeed, it is an opportunity for everyone, since in today’s world, human mobility touches many aspects of our life!

Through the New York Declaration (NYD), States acknowledged a “shared responsibility to manage large movements of refugees and migrants in a humane, sensitive, compassionate and people-centered manner” reaffirming that “international cooperation among countries of origin or nationality, transit and destination has never been more important; “win-win” cooperation in this area has profound benefits for humanity” (NYD, 19 September 2016, para. 11).

To this end, Pope Francis encouraged the implementation of programs of international cooperation, free from partisan interests, and programs of transnational development which involve migrants as active protagonists and which are grounded in the dignity and centrality of the human person (cfr., Address of Pope Francis to the International Forum on Migration and Peace, 21 February 2017).

Mr. Chair,
Indeed, the scale of migration movements is such that only a systematic, comprehensive and active cooperation between States, civil society, international organizations and the private sector can be effective in adequately managing such movements. In this regard, the experience of the Catholic Church, through its wellestablished network of associations on the ground worldwide, for example the ICMC and 2 Caritas, has been making considerable efforts in responding to Pope Francis’ call for a “globalization of solidarity”.

But to be fruitful in the long term, as acknowledged in the Sutherland report “international cooperation in this area must take the interests of all legitimate actors… As long as there are stakeholders for whom the system is not working, they will at best ignore it or worse, undermine it” (cfr., Report of Special Representative of the Secretary-General on Migration, 3 February 2017, n. 90). “States will have a much better chance of reasserting control over who enters and stays on their territory if they work together, rather than unilaterally, thereby facilitating safe and legal migration” (Ibid, Summary).

In this regard, it is a moral imperative that we are all united in preventing smugglers and human traffickers from taking advantage of people in desperate and vulnerable situations. These criminal networks, exploiting the suffering of many, are an affront to human dignity. The Holy See encourages expanded legal avenues for migrants, asylum seekers and refugees. Only if we can present people with a real option for a safe, regular, and orderly migration, and if we strive to create the proper conditions for an integral human development “at home”, will we finally defeat these traffickers of human flesh.

Indeed, human mobility is a reality of our time and it needs to be approached and managed in a forward-looking manner through international cooperation and in a spirit of profound solidarity and compassion. Such cooperation must consider not only the orderly movement of people and consider the short-term humanitarian assistance, but also the countries of origin, encouraging to “create better economic and social conditions at home, so that emigration will not be the only option left for those who seek peace, justice, security and full respect of their human dignity” (cfr., Pope Francis, Message for the 100th World Day of Migrants and Refugees, 5 August 2013).

Mr. Chair,
The increased number of people on the move is a sign of an unregulated globalization, of socioeconomic imbalances, and, regrettably, too often connected with violence. Through international cooperation, based on common values, complementarity of policies and decisions, migrants’ potential and talents may be opened for the benefit of all.

Thank you, Mr. Chair.

giovedì 8 giugno 2017

Profughi, i libici sparano a vista e passano all’incasso



di Emilio Drudi



In pratica è una confessione. La Marina libica, cercando di giustificarsi per un “incidente” con la Guardia Costiera italiana, ha ammesso che le disposizioni per fermare le barche dei migranti nel Mediterraneo prevedono anche di prenderle a raffiche di mitra.

L’incidente è avvenuto intorno al 23 maggio: una motovedetta libica ne ha intercettata una italiana, la Cp 288 con base a Genova ma dislocata nel Canale di Sicilia, e le ha intimato di fermarsi e spegnere le macchine. In acque internazionali e, dunque, senza alcuna autorità per imporre un ordine del genere. Il nostro guardacoste ovviamente non ha obbedito, dando anzi maggior forza ai motori. Quello di Tripoli ha cercato di inseguirlo e poi, non riuscendo a raggiungerlo, ha aperto il fuoco: raffiche di proiettili non in aria, a scopo intimidatorio, ma sparate basse, per colpire, a pelo d’acqua e ad altezza dello scafo. E, in effetti, la Cp 288 è stata colpita, nella parte destra della poppa. Solo per caso non ci sono stati feriti.

Il comando della Guardia Costiera a Roma non ha fatto parola dell’incidente ma deve quanto meno aver inviato una nota di protesta a Tripoli. Un paio di giorni dopo sono arrivate le scuse, asserendo che si era trattato di un errore. L’equipaggio libico, cioè, avrebbe scambiato la motovedetta italiana per un barcone di migranti, magari con dei trafficanti a bordo, e così, vedendola allontanarsi, ha fatto fuoco. Come a dire: “Non volevamo colpire voi ma i migranti”. Perché deve essere considerato lecito, anzi, doveroso, sparare su una barca di migranti, nonostante si tratti sempre di natanti fatiscenti, autentiche carrette del mare, assolutamente disarmate e innocue. Per dirla in modo ancora più esplicito, evidentemente c’è l’ordine di fermare con ogni mezzo i battelli dei disperati in fuga da guerra e fame: anche a raffiche di mitraglia e se poi qualcuno resta ferito o ucciso, pazienza…

E’ la conferma di quell’uso estremo della forza, da parte della Marina di Tripoli, denunciato a più riprese dalle Ong nelle ultime settimane. Uso estremo che mette a rischio sia la vita dei migranti che dovrebbero essere portati in salvo, sia quella degli uomini delle Ong impegnati nel Canale di Sicilia, quelli sì, a salvare migliaia di vite umane. Il caso più clamoroso, prima dei colpi esplosi contro la Cp 288, è stata la sparatoria raccontata e documentata dalla Ong tedesca Jugend Rettet, con tanto di foto di militari libici con i mitra spianati per minacciare i profughi ammassati su un gommone: una vicenda poi confermata dalla testimonianza di Medici Senza Frontiere e di Sos Mediterranee, presenti in quel tratto di mare con la nave Aquarius. Meno di due settimane prima, invece, c’era stato lo speronamento sfiorato della nave di Sea Watch, ad opera di una motovedetta, per impedirle di raggiungere il battello di cui stava iniziando il soccorso, sempre in acque internazionali, dopo aver comunicato l’operazione alla centrale di coordinamento romana della Guardia Costiera.

Non solo. Andando indietro nel tempo, non mancano altri gravi episodi: veri e propri assalti contro unità di soccorso o natanti carichi di profughi. Hanno destato una enorme sensazione, ad esempio, le raffiche sparate all’altezza del posto di comando e poi l’abbordaggio subito dalla Aquarius, di Medici Senza Frontiere, l’estate scorsa; oppure l’attacco che ha portato al naufragio di un gommone, con decine tra morti e dispersi, nell’ottobre 2016, di fronte agli occhi dell’equipaggio della nave Sea Watch 2, impossibilitato a intervenire, al largo di Sabratha. Per non dire del barcone stipato di famiglie siriane, andato a picco nell’ottobre del 2013, una settimana dopo la tragedia di Lampedusa, proprio per i danni provocati dai proiettili allo scafo, sotto la linea di galleggiamento: una delle tragedie più gravi avvenute nel Mediterraneo, con centinaia di vittime, abbandonate a morire in mare perché per ore nessuno ha deciso, tra Italia e Malta, chi doveva farsi carico dei soccorsi, tanto che ora è in corso una inchiesta per omicidio plurimo, su iniziativa della Procura di Agrigento.

All’indomani dei nuovi accordi tra Italia e Libia, che fanno della Guardia Costiera di Tripoli il gendarme a pagamento contro l’immigrazione nel Mediterraneo, si è detto che episodi come la sparatoria subita dalla Aquarius e dal barcone dei rifugiati siriani o operazioni violente come quella segnalata dalla Sea Watch 2 di fronte a Sabratha, non si sarebbero più verificati, grazie alle rigide “regole d’ingaggio” dettate alla Marina libica dall’Italia e dall’Europa e grazie al nuovo addestramento della Guardia Costiera di Tripoli, affidato proprio all’Italia. Federica Mogherini, commissario Ue per la politica estera, lo ha ribadito anche dopo le ultime, pesanti denunce di Medici Senza Frontiere, Sos Mediterranee e Jugend Rettet: “Abbiamo raccomandato alla Marina libica – ha assicurato – di attenersi ai più alti standard di rispetto dei diritti umani”. L’incidente che ha coinvolto la Cp 288 italiana dimostra in quale considerazione vengano tenute queste raccomandazioni: sparare ad alzo zero resta la norma, sia in mare da parte dei militari imbarcati sui guardacoste, sia – come hanno raccontato numerosi profughi – a terra, da parte della polizia o delle varie milizie libiche, lungo la linea di confine nel Sahara, nei posti di blocco, nei centri di detenzione. Senza contare, a proposito delle operazioni nel Mediterraneo, che la Guardia Costiera, pur facendo capo formalmente al Governo di Tripoli, è tutt’altro che una organizzazione compatta e soggetta a un reale comando centrale. Non solo: inchieste giornalistiche hanno evidenziato che i comandanti di diversi distaccamenti dislocati nei singoli porti si sarebbero creati una sorta di potentato personale, agendo “in proprio” o quanto meno con un largo margine di “indipendenza”, in base al clan o alla tribù di appartenenza. Qualcuno, anzi, è sospettato di essere sul libro paga o comunque in collegamento con gruppi di trafficanti, per cui agirebbe in modo da contrastare solo il “mercato di uomini” o il contrabbando di petrolio gestiti da certi clan, lasciando campo libero ai clan “amici” o alleati.

Eppure è a questa Guardia Costiera e, più in generale, a questo sistema di sicurezza che l’Europa e l’Italia hanno affidato il compito di bloccare i migranti in Africa, fornendo navi, elicotteri, mezzi blindati e fuoristrada, sistemi elettronici di controllo, armi, finanziamenti. Tutto quello che vogliono, insomma, purché svolgano il compito di “difendere” dai migranti i confini della Fortezza Europa. L’ultima conferma è venuta dal G-7 di Taormina, che ha avallato in pieno la politica dei muri e dei respingimenti ad ogni costo. Anzi, l’uso delle armi per fermare i profughi in mare aperto, provato dalla sparatoria subita persino da un guardacoste italiano, non solo non ha avuto strascichi ma, forte di questo “silenzio” interpretabile come un sostanziale via libera, la Marina libica, a proiettili ancora “caldi”, ha addirittura chiesto all’Italia forniture maggiori di quelle programmate con il memorandum firmato a Roma il 2 febbraio, sollecitando l’invio di pezzi di ricambio, mezzi tecnici e assistenza per la manutenzione e la piena efficienza della flotta di 10 motovedette che gli è stata consegnata. Come dire, una collaborazione totale, nel contesto di una attività che – secondo diversi osservatori – già si svolge ormai sotto il coordinamento di Roma.

Si tratta, oltre tutto, di forniture che valgono milioni di euro. Ma sono anni, ormai, che i finanziamenti per esternalizzare le frontiere europee, spostandole sempre più a sud e affidandone la vigilanza ad una serie di Stati africani, vengono trovati con una specie di gioco di prestigio, attingendo magari ai fondi per la cooperazione e lo sviluppo dell’Africa. E’ già accaduto nel recente passato, ad esempio, con il Sudan e l’Eritrea, si è ripetuto negli ultimi mesi con la Libia e, proprio in questi giorni, con il Niger, al quale sono stati destinati 610 milioni da parte dell’Unione Europea e 50 dall’Italia, con il mandato di sigillare le frontiere settentrionali, varcate negli ultimi anni da centinaia di migliaia di migranti diretti verso i porti d’imbarco a ovest di Tripoli. Cosa c’entri con lo sviluppo il lavoro sporco di blindare la Fortezza Europa è difficile capirlo. Il corto circuito è evidente: si dice che i fondi per la cooperazione servono a creare le condizioni per cui i profughi non debbano essere più costretti ad abbandonare il proprio paese – ad “aiutarli in Africa”, per usare uno slogan di moda – ma poi si tagliano proprio questi fondi per armare le forze di sicurezza dei paesi di transito o, peggio, di Stati come l’Eritrea, il Sudan, l’Egitto, la Nigeria… Gli stessi Stati, cioè, dai quali i migranti sono costretti a fuggire. Con la finzione che sarebbero improvvisamente diventati “sicuri”.









Tratto da: Diritti e Frontiere

martedì 16 maggio 2017

Eritrea. Gli atleti che antepongono la denuncia contro il regime al successo



di Emilio Drudi



E’ tra i protagonisti del centesimo Giro d’Italia. Si chiama Daniel Teklehaimanot, viene dall’Eritrea e corre per la squadra sudafricana di Dimension Data. Anzi, ne è il leader. E’ esploso fin dalle primissime tappe, conquistando subito la maglia azzurra della classifica per gli scalatori. Non è stato un exploit occasionale. Tutte le tappe disputate ne hanno confermato la forza atletica e le capacità tecniche: è ancora tra i primissimi, al terzo posto, per la maglia azzurra e al sesto per la maglia ciclamino della speciale classifica a punti che esalta i ciclisti con il migliore spirito agonistico. I cronisti specializzati, elencando i successi che ha collezionato in passato al Tour de France o in varie corse nel continente nero, come il Tour del Rwanda o quello del Gabon, ne descrivono il carattere combattivo con immagini fantasiose ma efficaci, come “professione fuggitivo” o “il diamante grezzo di una nuova frontiera del ciclismo”. In sintesi, “il miglior esponente del ciclismo africano”. Non per niente ha fatto parte della nazionale eritrea nel 2011, nel 2013 e nel 2016.

Sulla scia di quanto sta facendo al Giro, è probabile che venga convocato per la nazionale anche quest’anno: è una “perla” che difficilmente il regime di Asmara si lascerà sfuggire, impegnato com’è da tempo a presentare un volto rassicurante e vincente del Paese. Non ci sarebbe da stupirsene: la storia è piena di dittatori che hanno sfruttato lo sport per costruirsi un’immagine vincente e accattivante. Ci sono però campioni dello sport che raccontano una vicenda diversa dell’Eritrea. Una vicenda dolorosa, fatta di sofferenza, persecuzione, galera, esilio. E’ il caso di sette tra i migliori quattordici ciclisti eritrei, tutti potenziali candidati alla maglia nazionale, fuggiti in Etiopia il 19 ottobre del 2015. Non sono una novità le fughe in Etiopia o in Sudan dall’Eritrea. Anche di personaggi in vista, insieme a migliaia di giovani, donne e uomini, che ogni anno cercano di sottrarsi alla dittatura. Ma quella dei sette ciclisti dell’ottobre 2015 ha destato uno scalpore e un interesse particolari, sia per la popolarità dei protagonisti, sia per il modo rocambolesco con cui è stata portata a termine. Stando alle informazioni diffuse dalla diaspora e riprese da diversi giornali africani, infatti, i sette sono scappati proprio in bicicletta, tutti insieme: hanno finto un lungo giro di allenamento nella zona vicina al confine con la regione etiopica del Tigrai e, sfidando le fucilate della polizia, hanno passato la frontiera pedalando in gruppo, come in una corsa. Asmara ne ha subito preteso il rimpatrio, ma Addis Abeba ha rispettato la loro volontà, accogliendoli come richiedenti asilo, in considerazione del fatto che, una volta costretti a “rientrare”, avrebbero rischiato di sparire in qualche carcere militare, come è accaduto a centinaia di oppositori al regime. Ora vivono da esuli in Etiopia.

C’era un motivo in più perché la dittatura di Asmara ce l’avesse in maniera particolare con quei sette ciclisti in quell’ottobre del 2015. Appena quattro giorni prima della loro fuga, il 15, anche la squadra nazionale di calcio si era quasi interamente dileguata. A offrire l’occasione per quest’altra defezione in massa era stata la partita di qualificazione per il campionati mondiali disputata in Botswana. Ben dieci giocatori, al termine dell’incontro, si sono rifiutati di rientrare in Eritrea, eludendo la sorveglianza degli accompagnatori, abbandonando l’albergo dove erano alloggiati e chiedendo asilo politico alle autorità locali. Immediate le pressioni di Asmara, ma anche stavolta gli atleti hanno tenuto duro, insistendo con forza sulla loro domanda d’asilo e il Governo di Goborone ha dovuto prenderne atto. In questo caso, però, la questione non si è ancora risolta. L’Eritrea torna a sollecitare periodicamente l’espulsione di quei ragazzi e le istituzioni del Botswana non hanno preso una decisione definitiva sulla loro posizione. Finora si è andati avanti con dei permessi provvisori e il timore è che prima o poi, anziché ottenere l’asilo politico o comunque una forma di protezione internazionale, siano riconsegnati ad Asmara. L’ultimo appello lanciato concordemente da tutti e dieci risale a qualche mese fa: chiedono la certezza di poter restare in Botswana come rifugiati oppure la possibilità di raggiungere un altro Stato disposto ad accoglierli.

E’ una “battaglia” che conta diversi precedenti. Più volte, a partire dai primi anni duemila, team sportivi o singoli atleti si sono rifiutati di tornare in Eritrea dopo aver partecipato a competizioni all’estero. L’episodio forse più clamoroso risale al 2013, quando ben 15 giocatori e il medico ufficiale della nazionale di football sono rimasti in Uganda, ottenendo l’asilo politico. Allora vanno benissimo i complimenti e magari le iperboli sulle imprese sportive di Daniel Teklehaimanot. Forse però, parlando di questo grande ciclista, varrebbe la pena che i giornali ricordassero anche altri campioni dello sport eritreo, che hanno scelto una strada diversa. Molto più in salita. Per non assecondare, magari con i lustrini delle vittorie sportive, un regime che opprime il Paese da più di vent’anni e denunciarne invece il vero volto di violenza e di oppressione.


Tratto da: Buongiornolatina

lunedì 8 maggio 2017

Quanto vale la vita di un profugo ? che è una Persona!


Morire a vent’anni per un berrettino: sempre più violenza in Libia contro i profughi in partenza





di Emilio Drudi



Veniva dalla Sierra Leone. Si stava imbarcando da una spiaggia tra Sabratha e Zuwara quando un trafficante ha preteso di prendergli il berretto da baseball. Lui ci teneva a quel berretto: era “suo” e voleva arrivarci fino in Italia. Così si è rifiutato. Quello, allora, non ha esitato a tirare fuori una pistola e a sparare quasi a bruciapelo. E’ crollato a terra. Il fratello e altri profughi lo hanno portato a bordo del gommone in partenza. Poco dopo è morto. Aveva appena 20 anni.

I migranti possono morire anche così in Libia: per un cappellino colorato. Lo hanno raccontato i compagni di quel ragazzo ai soccorritori della Phoenix, la nave di Moas, la Ong maltese, che hanno intercettato il battello a qualche decina di miglia dalla costa africana e ovviamente hanno chiesto conto di quel corpo privo di vita, con una evidente ferita da arma da fuoco, trovato al momento del trasbordo. Il cadavere è stato sbarcato la mattina di sabato 6 maggio a Catania.

Questo omicidio assurdo è solo l’ultimo caso della escalation di violenza contro i migranti in partenza che negli ultimi mesi, grossomodo dall’inizio di marzo, si sta aggiungendo in Libia alle condizioni già terribili vissute nei centri di detenzione o durante il lungo percorso dal confine meridionale, in pieno Sahara, fino alla costa. C’è da chiedersi quali ne siano le ragioni. Diversi episodi sembrano indicare che sta cambiando qualcosa negli “equilibri” con cui negli ultimi anni è stato gestito il traffico di esseri umani. Forse si sta profilando una guerra tra clan e magari anche con quella parte della Guardia Costiera o dell’apparto di polizia che varie inchieste giornalistiche e gli stessi rapporti dell’Onu hanno indicato come collusa con le organizzazioni criminali. O, magari, questo crescendo di ferocia potrebbe essere legato alla necessità di “fare in fretta”, prima che si avvertano gli effetti del giro di vite che il governo di Fayez Serraj a Tripoli si è impegnato a imprimere al controllo dell’immigrazione, sulla scia degli accordi stipulati con l’Unione Europea e, in particolare, del memorandum firmato con l’Italia il 2 febbraio. E’ sintomatica, in ogni caso, la sequenza dei fatti



Sabratha, 5 marzo 2017. I cadaveri di 15 migranti uccisi a colpi di arma da fuoco vengono trovati sepolti a fior di terra in una fossa comune, in fondo a un terrapieno, nella macchia litoranea di Fanar, vicino alla spiaggia, alle porte di Sabratha. A giudicare dallo stato di conservazione dei corpi, la strage deve essere avvenuta almeno un paio di giorni prima, verso il 2 o il 3 di marzo. Forse si tratta di una esecuzione per rappresaglia o forse quei migranti sono rimasti uccisi nel corso di uno scontro tra bande rivali. La notizia viene confermata da un rapporto della direzione locale dei Servizi di Sicurezza, precisando che le salme sono state dissepolte e trasferite per l’inumazione nel cimitero a sud della città, dove vengono seppelliti generalmente i corpi dei migranti recuperati in mare o gettati dalla corrente sulla spiaggia e rimasti senza  un nome. Nessun elemento per risalire all’identità e al paese d’origine delle vittime: si sa solo che dovevano essere profughi subsahariani.



Sabratha, 7/8 marzo 2017. Sulle dune costiere alle porte della città sono scoperti i corpi di 22 migranti uccisi a raffiche di mitra. Secondo quanto riferiscono i media libici e le agenzie di stampa internazionali si tratta di una strage “per punizione” o rappresaglia. Quei 22 migranti facevano parte di un grosso gruppo che i trafficanti volevano costringere a imbarcarsi, probabilmente la notte tra il 4 e il 5 marzo, nonostante il mare fosse molto mosso e, di conseguenza, più che evidente la quasi certezza di affondare dopo poche miglia di navigazione. Di fronte al rifiuto di obbedire all’ordine di salire a bordo, i trafficanti avrebbero aperto il fuoco contro i più riottosi, uccidendone 22 e probabilmente ferendone parecchi altri. Si ignora la sorte dei superstiti: è probabile che siano rimasti in balia dei miliziani del clan.



Bani Walid, 9/10 marzo 2017. Dopo la scoperta delle due stragi di Sabratha, la sede Oim in Libia pubblica un rapporto nel quale si afferma che dalla fine di dicembre sono stati trovati, in diverse circostanze, almeno 100 cadaveri di profughi nella zona di Bani Walid snodo delle piste e delle strade che arrivano da Sabha e che da qui si diramano verso la costa, puntando su Misurata, distante circa 130 chilometri in direzione nord-est o su Tripoli, 150 chilometri in direzione nord-ovest. Molti dei corpi erano ai margini delle piste o delle strade in pieno deserto: l’ipotesi più accreditata è che siano i resti di migranti abbandonati a morire dopo essere caduti accidentalmente dai camion o dai pick-up che li portavano verso la costa. Altri presentano ferite mortali da arma da fuoco o segni di torture e maltrattamenti.



Zuwara, 19/20 marzo 2017. Due gommoni carichi di migranti vengono assaltati durante la navigazione da un gruppo di uomini armati giunti su un motoscafo veloce. Sotto la minaccia dei mitra spianati i due natanti sono costretti a fermarsi: alcuni degli assalitori li abbordano e si impadroniscono dei motori fuoribordo. I due battelli, ormai ingovernabili, vengono abbandonati alla deriva e restano in balia del mare per oltre un giorno. Quando una motovedetta della Guardia Costiera li intercetta, tre donne sono ormai morte e tre giovani che avevano tentato di raggiungere la riva a nuoto risultano dispersi.



Al largo tra Sabratha e Zuwara, fine marzo. Alcuni migranti soccorsi dalla nave Aquarius a una ventina di miglia dalla costa libica, fuori delle acque territoriali, raccontano a personale di Medici Senza Frontiere che il loro gommone, partito la notte prima, era stato scortato per alcune miglia da un battello dei trafficanti che avevano poi invertito la corsa prima di uscire dalle acque territoriali ma dopo aver indicato la rotta da seguire o comunque la direzione di massima da prendere. Non risulta che la scorta fosse armata o comunque i profughi che ne hanno parlato dicono di non aver visto armi di nessun tipo.



Zuwara, 6 aprile 2017. Una motovedetta della Guardia Costiera libica sorprende un battello veloce con diversi uomini armati che sta scortando un gommone carico di oltre 120 migranti. Essendo stato ignorato l’ordine di fermarsi, il guardacoste apre il fuoco. Si accende un breve ma cruento scontro nel quale quattro trafficanti restano uccisi. Altri due sono catturati e tratti in arresto. Nessun ferito tra il personale della Guardia Costiera né tra i profughi a bordo del gommone, che vengono fermati e riportati in Libia.



Zuwara, 7/15 aprile 2017. Al conflitto a fuoco in mare tra la motovedetta libica e il battello dei trafficanti fanno seguito 7/8 giorni di scontri armati: prima tra la Guardia Costiera e una o più bande di trafficanti (con almeno un  morto tra gli “scafisti”) e poi, a quanto pare, tra due bande rivali. La notizie viene riferita da un rappresentante di Medici Senza Frontiere sulla base di fonti locali e di informazioni riportate dalla stampa libica in arabo.



Italia, 24 aprile 2017. Un servizio giornalistico pubblicato da La Stampa riferisce la testimonianza di alcuni migranti che raccontano come il loro gommone, dopo la partenza dalla costa libica, sia stato scortato per un certo tratto, entro il limite delle acque territoriali, da alcuni trafficanti su moto d’acqua. Anche in questo caso – come nell’episodio riferito a Medici Senza frontiere a fine marzo – prima di tornare indietro i trafficanti hanno indicato al profugo che aveva accettato di mettersi al timone quale direzione seguire in linea di massima. A bordo del gommone, dunque, non ci sarebbero stati scafisti collegati al clan dei trafficanti. Il racconto è confermato dalle immagini di un breve filmato fatto con un cellulare nelle quali si vede chiaramente almeno una moto d’acqua che naviga in coppia con il gommone dal quale venivano fatte le riprese. Non si capisce se i trafficanti di scorta fossero armati.



Da tutto questo emergono due evidenze. La prima è che i trafficanti non tollerano ormai nemmeno il minimo cenno di resistenza, pronti a fare fuoco per uccidere anche per un niente. Perfino per un berrettino: figurarsi per un rifiuto di imbarcarsi o per una qualsiasi protesta. Secondo punto: i trafficanti o quanto meno alcune bande hanno deciso di scortare sino al limite delle acque territoriali i gommoni che fanno partire: con altri battelli più veloci o con moto d’acqua, che si muovono ancora più agilmente e rapidamente e sono più difficili da individuare. Sui motivi si possono avanzare due ipotesi: la necessità di proteggere le proprie “spedizioni” da eventuali assalti di altre bande o dai controlli della Guardia Costiera, che rimanda in Libia tutti i battelli intercettati; la necessità o la volontà di “risparmiare” scafisti alle dirette dipendenze dei clan, destinati ad essere quasi certamente individuati ed arrestati al momento dell’arrivo in Italia e dunque sempre più difficili da trovare. Ovviamente le due ipotesi non si escludono: anzi, potrebbero integrarsi come aspetti dello stesso problema. Certo è che in questi giorni, secondo gli ultimi rapporti dell’Oim, ci sono in Libia oltre 300 mila profughi: a tanti è stata prospettata la possibilità di essere rimpatriati nel proprio paese ma la maggioranza, tutti quelli che sono fuggiti da situazioni di crisi estreme, sono in attesa di imbarcarsi. Molti altri, intanto, premono alla frontiera meridionale, bloccati dalla polizia in Sudan e in Niger.

E’ una fuga per la vita che non si può fermare con i “muri” e che è diventata un business da miliardi di euro su cui in tanti hanno messo le mani ed ora non vogliono mollarlo. L’unica via per uscirne è istituire canali di immigrazione legali: solo così si potranno avere “flussi gestiti” e si potranno sconfiggere i clan di trafficanti. L’Unhcr, la Caritas, tutte le Ong lo dicono da anni. La Chiesa Valdese e la Comunità di Sant’Egidio hanno anche organizzato canali umanitari, portando in Italia alcune centinaia di profughi dal Libano. Per dimostrare che è una strada percorribile e sicura. Ma l’Unione Europea a Bruxelles, Roma e tutte le altre cancellerie europee, barricate dietro la loro “politica dei muri”, si ostinano o non voler sentire. E a non voler capire.









Tratto da Tempi Moderni

lunedì 24 aprile 2017

Navi di soccorso Ong: quasi un clima da caccia alle streghe

 

di Emilio Drudi



Continua a montare l’escalation di illazioni e accuse di “collusione” con i trafficanti di uomini rivolte ormai da mesi contro le Ong impegnate nelle operazioni di soccorso alle barche dei migranti nel Canale di Sicilia. Il primo passo è stato un rapporto dell’agenzia Frontex, presentato sul finire del 2016, secondo il quale gli interventi in mare favorirebbero, sia pure involontariamente, gli scafisti. Poi, rafforzate da una inchiesta della Procura di Catania, si sono via via aggiunte numerose “voci” della politica: dei partiti di destra (a cominciare dalla Lega) e poi dei 5 Stelle ma, a quanto ha scritto il 20 aprile La Stampa, anche di esponenti vicini al Governo o del Governo stesso, tanto da arrivare a una indagine conoscitiva affidata alla Commissione parlamentare Difesa che, guidata dal senatore Nicola La Torre, sta convocando tutte le Ong più impegnate nel Mediterraneo. Interrogati da questa stessa Commissione, sia il generale Stefano Screpanti, capo del terzo Reparto Operazioni della Finanza, che l’ammiraglio Enrico Credendino, comandante della missione europea Eunavformed, hanno dichiarato che, a loro sapere, non risultano collegamenti di alcun tipo fra le Ong e le organizzazioni che gestiscono il traffico di migranti. Ma neanche questo è bastato: le Ong restano sotto tiro. Le loro navi – si afferma – sarebbero come minimo un fattore di attrazione per gli scafisti, tanto da porre la necessità di “fare chiarezza” su tutti i programmi di salvataggio in mare.

Sono cinque, in sostanza, gli “elementi di accusa” addotti per puntare il dito contro i soccorsi organizzati dalle Ong: la partenza in massa dalla Libia nel week end di Pasqua, che sarebbe il risultato di una “regia ben orchestrata”, anche con l’intento di screditare il ruolo di Fayez Serraj, il presidente del Governo di Tripoli che si è impegnato con l’Italia a combattere gli scafisti; la conoscenza preventiva delle rotte seguite dai battelli carichi di migranti; le fonti di finanziamento per coprire le ingenti spese di gestione delle navi usate per la ricerca e il soccorso; il fatto che l’attività delle Ong a poche miglia dalla Libia favorirebbe comunque i clan di trafficanti. E’ il caso di esaminare una per una queste contestazioni.

– Partenza in massa. Nei tre giorni del week-end di Pasqua sono arrivati quasi 8.500 richiedenti asilo. Sono tanti, ma non è la prima volta. Al contrario. E’ solo l’ultimo di una lunga serie di sbarchi in massa dalla Libia. Sono anni, cioè, che i flussi si muovono a fasi alterne: a periodi in cui si riducono quasi a zero ne fanno riscontro altri in cui invece sono migliaia in pochi giorni, spesso addirittura in poche ore, i profughi imbarcati. Tra il 2 e il 4 ottobre 2014, ad esempio, ne sono arrivati 3.100; nel 2015, nella sola giornata del 22 giugno, 2.518 e una settimana dopo, sempre in un solo giorno, il 29 giugno, ne sono stati recuperati 2.900, con 21 operazioni condotte dalla Guardia Costiera; circa 3.000 tra il 21 e il 22 agosto, su 6 barconi e 16 gommoni; 4.600 in tre giorni, dal 4 al 6 dicembre; 2.709 dal 23 al 26 dicembre. Più significativi ancora gli esempi del 2016: circa 5.000 il 23 giugno; addirittura 13.000 in quattro giorni, tra il 27 e il 30 agosto ma, in proporzione al periodo di tempo, ancora di più nelle 48 ore del 4 e 5 ottobre, con 11 mila sbarchi. A determinare queste fasi alterne sono diversi fattori: le condizioni meteo favorevoli; l’affollamento in Libia dei centri di detenzione o comunque dei “ricoveri” gestiti dai trafficanti e la necessità di “fare spazio” ad altri arrivi dal sud; il timore o anche solo la sensazione che stiano per essere attuati interventi per contrastare le partenze. E nella settimana di Pasqua si sono verificate esattamente queste tre condizioni: mare favorevole; ressa di rifugiati in attesa di partire: secondo l’Oim, non meno di 300 mila; accordi Italia-Libia per un “giro di vite” sui flussi, ampiamente pubblicizzati da Roma, anche con l’annuncio, per i controlli in mare, della ormai prossima “fornitura” dei primi due nuovi pattugliatori alla Guardia Costiera di Tripoli, poi consegnati effettivamente il 21 aprile. Chiunque si sia minimamente occupato del “problema profughi” non può non conoscere questi precedenti, queste “cifre” e questi fattori: non tenerne conto significa non dare o, peggio, non voler dare un quadro esatto della situazione.

– Manovra per screditare Fayez Serraj. In realtà, agli occhi della maggioranza dei libici, Serraj e il suo governo sono già screditati e privi di seguito per il modo stesso con cui si sono insediati al potere. A torto o a ragione, Serraj, in sostanza, è percepito come un Quisling imposto e al servizio delle cancellerie occidentali. Il Parlamento di Tobruk non gli ha mai votato la fiducia e lo considera di fatto un premier illegittimo; per Khalifa Ghwell e l’ex governo islamico sarebbe un impostore che rischia di favorire il ritorno del colonialismo in Libia e un’operazione colonialista sarebbe anche il nulla osta alla presenza dei parà della Folgore inviati a proteggere l’ospedale militare aperto dall’Italia a Misurata; sia Tobruk che Ghwell lo hanno diffidato a consentire l’accesso nelle acque territoriali di navi da guerra straniere, minacciando di reagire con le armi; la Corte di Tripoli ha dichiarato nullo il memorandum per il controllo dell’immigrazione sottoscritto con l’Italia proprio perché, non avendo mai ottenuto la fiducia del Parlamento di Tobruk, non gli si riconosce il potere di firmare trattati internazionali di alcun tipo; sono stati rigettati dall’Assemblea dei Tebu persino gli accordi del Viminale con le tribù del Fezzan che dovrebbero completare l’attuazione del memorandum di Roma.

– La conoscenza delle rotte. Le rotte percorse dalla Libia verso l’Italia dai barconi o dai gommoni dei migranti sono ben note da sempre. A tutti. Il perché è semplice. Le partenze avvengono su un arco di costa di circa cento chilometri che va da Tajoura, un’oasi litoranea 9 chilometri a est di Tripoli, fino a Zuwara, un importante porto a poco più di 90 chilometri a ovest, passando per Zawiyah e Sabratha. Solo eccezionalmente l’arco si allunga fino a Garabouli, 50 chilometri circa a est di Tripoli. E’ chiaro allora che le rotte sono sempre le stesse. Basta pattugliare questo tratto di litorale e i battelli dei migranti verranno prima o poi intercettati, come se percorressero un’autostrada. Per molti versi è in buona parte il sistema seguito per un anno intero, dal novembre 2013 al novembre 2014, dalle navi dell’operazione Mare Nostrum: le unità delle Ong non fanno altro che replicarlo, attestandosi a una ventina di miglia dalla costa libica.

– Spese e finanziamenti. Tutte le Ong hanno dichiarato “trasparenti” i propri bilanci e si sono dette pronte a metterli a disposizione per eventuali controlli, sottolineando come non ci sia nulla di illegale e come la stragrande maggioranza delle spese sostenute venga coperta da donazioni. La sola Sos Mediterranee, ad esempio, ha specificato che ben 13.800 donatori “ripongono la loro fiducia” nella sua attività, finanziandone le spese fino al 99 per cento. In una riunione congiunta tenuta a Bruxelles il 31 marzo, anzi, le Ong presenti (Sea Watch, Poem Aid, Proactiva Open Arms, Sos Mediterranee, Helenie Rescue Team, Jugend Rettet, Humanitarian Pilots Iniztiative, Sm Humanitario, United Rescue Aid), non solo hanno ribadito la correttezza della propria azione ma si sono dette pronte “a un dialogo aperto con tutte le istituzioni europee”, chiedendo di porre fine “a ogni accusa di comportamenti illegali da parte delle Ong, a meno che non siano sostanziate dalla presentazione di prove”. Per certi versi, una vera e propria sfida.

– Favoreggiamento per i trafficanti. Le Ong sono estremamente decise su questo punto: non solo – affermano – non c’è alcun tipo di collegamento ma neanche alcuna forma di favoreggiamento, magari indiretto. La presenza delle navi di soccorso nel Mediterraneo – spiegano – mira a salvare vite umane in una situazione estrema creata dal rifiuto dell’Unione Europea e delle singole cancellerie occidentali di istituire canali legali di immigrazione. I profughi fuggono da guerre, terrorismo, carestia, mancanza assoluta di prospettive per il futuro e continueranno a fuggire nonostante i muri e gli ostacoli che si stanno costruendo, perché si lasciano alle spalle condizioni terribili, ritenute peggiori dei rischi che sanno di dover affrontare. Sono proprio questi muri, semmai, a favorire e ad alimentare l’attività criminale dei trafficanti, non dando alcuna via di scampo “regolare” ai richiedenti asilo. Il punto, allora, per le Ong, è proprio questo: abbattere quei muri è l’unico modo per combattere il traffico di uomini e salvare la vita a migliaia di persone “La ragione per cui esiste un sistema economico di traffico di migranti – ha detto ad esempio Jens Pagotto, di Medici Senza Frontiere, all’indomani del rapporto di Frontex – è legata anche al fatto che la Ue non offre nessuna alternativa legale e sicura ai rifugiati e ai migranti che cercano protezione in Europa. Affrontare questo aspetto sarebbe il miglior modo per evitare altre inutili morti in mare e per sradicare le reti dei trafficanti”.

Come dire: le Ong si sono mobilitate per far fronte alla realtà drammatica causata in buona parte dalla politica europea di “chiusura” sull’immigrazione. Ed è proprio questa “chiusura”, di fatto, l’elemento che più favorisce i clan criminali dei trafficanti. Ma quali saranno le conseguenze se, sotto la spinta del clima da caccia alle streghe che si è ormai creato, le Ong decideranno di ritirarsi? Le più immediate sono almeno due. La prima, la più grave ed evidente, è che aumenteranno le sofferenze e le vittime, esattamente come è avvenuto dopo la “chiusura” di Mare Nostrum, decisa nonostante gli avvertimenti giunti dall’Unhcr e da tutte le principali associazioni umanitarie che il “conto di morte” si sarebbe moltiplicato. La seconda è che, allontanando le Ong, si toglieranno di mezzo testimoni scomodi di quanto si sta verificando in mare e, di riflesso, anche in Libia e in Africa: testimoni che specie negli ultimi mesi hanno documentato gravissimi episodi di violenza di cui si è resa protagonista la Guardia Costiera libica. Quella Guardia Costiera alla quale l’Italia e l’Europa vogliono affidare il compito di “gendarme del Mediterraneo”.

Tutto questo è più che noto a Roma come a Bruxelles. C’è da chiedersi, allora, a chi giovi.



Tratto da: Diritti e Frontiere          

martedì 18 aprile 2017

Appello all’Italia e all’Unione Europea


Angenzia Habeshia

Appello all’Italia e all’Unione Europea

Profughi schiavi in Libia, soprusi e violenze in tutti gli Stati lungo le vie di fuga

Centinaia di rifugiati e migranti africani sono rapiti in Libia per chiederne un riscatto o per essere messi in vendita per il lavoro forzato o lo sfruttamento sessuale. Siamo di fronte a un autentico mercato degli schiavi. E’ quanto emerge dallo sconvolgente rapporto pubblicato in questi giorni a Ginevra dall’Organizzazione Internazionale per l’Immigrazione (Oim).

Accade soprattutto a Sabha, la città del Fezzan che è lo snodo delle principali vie di comunicazione che confluiscono in Libia dal sud, per poi diramarsi verso Tripoli e la costa. Le persone – ha precisato Othman Belbeisi, capo della missione Oim in Libia – sono “offerte” a un prezzo che varia tra i 200 e i 500 dollari per un periodo di 2/3 mesi nei quali restano in completa balia dei compratori. Come schiavi. Di più: Othman Balbeisi ha precisato che uomini e donne “sono venduti apertamente al mercato, come fossero una merce qualsiasi” e che questo giro d’affari dei trafficanti è in continua crescita.

I migranti vengono catturati lungo la strada verso il Mediterraneo da gruppi armati e da quel momento la loro sorte è segnata: gli uomini diventano schiavi per il lavoro coatto; le donne vengono stuprate, diventano schiave sessuali, vengono consegnate ai giri di prostituzione. Chi si rifiuta di pagare il riscatto per riavere la libertà o non si piega a questo girone di schiavitù, viene torturato e ucciso.

E’ un business che si profila come inesauribile: i migranti morti o liberati vengono sostituiti continuamente da altri catturati giorno per giorno. Prigioni improvvisate in garage, capannoni, casolari isolati, ecc. sono piene di questi disperati, sotto il controllo delle organizzazioni di trafficanti. Autentici lager dove le condizioni di trattamento sono disumane. Peggio, un tormento continuo: abusi, soprusi, torture, violenze, stupri scandiscono la vita di ogni giorno. Il cibo è scarsissimo, spesso viene negata persino l’acqua da bere

Il rapporto pubblicato a Ginevra dall’Oim fornisce un quadro terribile, basato su numerose testimonianze e accertamenti condotti sul posto. Una situazione orrenda, ma che conferma l’escalation di orrore già documentata in Libia dai numerosi rapporti che si sono succeduti in questi anni ad opera di numerose Ong e dello stesso Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr). Una situazione, cioè, almeno in parte già nota e alla quale l’Oim ha aggiunto altre pagine importanti, decisive.

Le autorità libiche non possono non conoscere questo stato di cose, ma finora non hanno adottato alcun provvedimento per cercare di fronteggiarlo e porvi rimedio. Nulla lo ha fatto, in particolare, il Governo di Tripoli guidato dal presidente Fayez Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale e che anche l’Italia considera l’unico interlocutore valido nel Paese, come dimostra la serie di accordi stipulati nel tempo, fino al memorandum firmato il 2 febbraio scorso a Roma, riconosciuto dalla Ue nel vertice di Malta del 3 febbraio e ribadito nell’incontro del 21 marzo, ancora a Roma. Nulla hanno fatto le forze di polizia che operano sul territorio, a cominciare dal comando di Sabha. Non hanno fatto nulla i capi delle tribù del Fezzan con i quali l’Italia ha ritenuto di sottoscrivere una intesa di collaborazione il 30 marzo scorso in un incontro generale al Viminale. Anzi, secondo ripetute denunce dell’Unhcr e delle Ong, risultano complici o comunque collusi con i clan di trafficanti/schiavisti anche numerosi esponenti dell’apparato statale e delle forze di sicurezza, a tutti i livelli.

La situazione in Libia è certamente la più grave, ma condizioni di estremo pericolo, di sopruso, sofferenze  inumane, violazione sistematica dei diritti si registrano, con una crescita esponenziale, anche in altri Stati di transito o di prima sosta dei migranti

– In Sudan il controllo dell’immigrazione è affidato alla Milizia di Intervento Rapido: si tratta dei cosiddetti “diavoli a cavallo”, i reparti speciali che hanno insanguinato la regione del Darfur per anni, provocando centinaia di migliaia di vittime, tanto da procurare al presidente Al Bashir l’accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Queste milizie, secondo il loro stesso ultimo rapporto, solo negli ultimi mesi hanno arrestato oltre 1.500 profughi, quasi tutti eritrei e in gran parte minorenni, gettati in carcere in attesa di essere rimpatriati di forza, senza tenere conto che, riconsegnati alla dittatura da cui sono fuggiti, andranno incontro a una galera ancora peggiore.

– In Egitto le prigioni sono piene di profughi colpevoli solo di aver passato i confini senza documenti, con la prospettiva di restarci fino a che non pagheranno le spese di rientro coatto nel proprio paese. Rientro che per molti, a cominciare dagli eritrei, implica il rischio di persecuzioni e nei casi estremi della vita stessa. Non solo: al Cairo, Alessandria e in tutte le principali città sta crescendo un clima di ostilità diffusa, che spesso sfocia in episodi di vero e proprio razzismo, costringendo le comunità di migranti a vivere quasi in clandestinità, in pratica senza alcuna possibilità trovare un lavoro, cercarsi una casa, condurre un’esistenza normale.

– In Niger, dove pare si voglia creare il principale polo di concentramento e di smistamento dei migranti in Africa, le condizioni di sicurezza sono a dir poco precarie, come dimostrano i ripetuti attacchi condotti da gruppi di terroristi jihadisti sia legati a Boko Haram che ad Al Qaeda, con incursioni da oltreconfine che hanno investito città, villaggi e gli stessi campi profughi. Non solo: secondo molti osservatori, proprio il Sahel tra il Niger e il Mali sta diventando la principale base di “irradiazione” del terrorismo islamico in Africa..

A fronte di tutto questo l’agenzia Habeshia chiede di

– Esercitare pressioni sul Governo di Tripoli perché combatta ed elimini al più presto il mercato degli schiavi denunciato dall’Oim e, in caso perduri l’inerzia registrata finora, mettere in campo, sotto l’egida dell’Onu, una serie di provvedimenti e interventi che valgano a porre fine all’attuale situazione.

– Sospendere o meglio revocare il recente memorandum sull’immigrazione con la Libia, peraltro già bocciato e dichiarato nullo dalla Corte di Tripoli, perché rischia di peggiorare ulteriormente la già tremenda vicenda di profughi e migranti, bloccandoli in un paese dove il rispetto dei loro diritti è assolutamente aleatorio e dove la loro stessa vita è esposta ogni giorno a pericoli e sofferenze estremi.

– Sospendere o meglio revocare il patto concluso con le tribù del Fezzan, peraltro già rigettato e ritenuto non valido dai vertici più rappresentativi di alcuni dei clan più importanti e autorevoli. Alla luce di quanto sta accadendo, infatti, non è dato avere alcuna garanzia sul trattamento, la sicurezza, la sorte dei migranti eventualmente intercettati e bloccati da queste tribù. 

– Sospendere tutti i rimpatri forzati (che il recente decreto Minniti prevede  invece di moltiplicare) sia verso l’Asia e il Medio Oriente sia verso l’intera Africa, ma in particolare verso la Libia. La formula del “paese sicuro” che è alla base di questi rimpatri/espulsioni, infatti, è quanto meno aleatoria e approssimativa.

– Ripensare radicalmente la politica sull’immigrazione. Ovvero:

A) Sospendere o meglio annullare accordi come i Processi di Khartoum e di Rabat, i trattati di Malta del novembre 2015 e tutti i patti bilaterali che ne sono conseguiti per l’attuazione concreta, come, ad esempio, il patto di polizia firmato a Roma con il Sudan il 3 agosto 2016 o, appunto, il recente memorandum con la Libia. Lo stesso vale per l’accordo con la Turchia in vigore dal marzo 2016.

B) Istituire canali legali di immigrazione verso l’Europa, a cominciare da facilitare il ricongiungimento famigliare, rilascio di visti umanitari, e una serie di corridoi umanitari e attuare un concreto, efficace programma di reinsediamento

C) Impostare un sistema di accoglienza e di asilo unico e valido in tutta la Ue, superando di conseguenza l’attuale Regolamento Dublino 3

D) Abbandonare il progetto del Migration Compact che, secondo varie fonti di stampa, l’Italia intende rilanciare in occasione del G-7 di Taormina e fare invece proprio del G-7 l’occasione per una nuova politica globale sul problema enorme di rifugiati e migranti, abbandonando per sempre la logica dei muri e delle barriere e affrontando invece alla radice le cause dell’esodo di milioni di persone.

Appare necessaria, in questo senso, una strategia basata su tre punti:

– Prevenire: il divampare di guerre e conflitti, dittature, carestie e disastri ambientali ect ... 

– Proteggere: I profughi vanno protetti nei paesi di transito e di prima sosta, offrendoli condizione di sicurezza e una vita dignitosa. 
– Accogliere: chi si trova in una situazione di vulnerabilità a causa di guerre, dittature, persecuzioni, sconvolgimenti dovuti a carestie e calamità naturali, condizioni di diffusa ingiustizia sociale ed economica.

Habeshia chiede con forza che il G-7 adotti questa strategia.

Don Mussie Zerai

Presidente dell’Agenzia Habeshia


Roma, 17 aprile 2017    

venerdì 14 aprile 2017

Come funziona il blocco dei migranti in Africa voluto dall’Unione Europea


di Emilio Drudi

Respingimenti più rapidi e facili nei confronti dei migranti, grazie alla cancellazione di un grado di giudizio nelle “cause” sui ricorsi per le richieste di asilo negate e le espulsioni; quadruplicazione del numero dei Cie, portati da 4/5 a 18, uno per regione, per un totale di 1.800 posti; più fondi per attuare i rimpatri forzati. Con il via libera arrivato dalla Camera, dopo quello del Senato, il decreto Minniti è operativo: ci si avvia velocemente a quella moltiplicazione degli allontanamenti coatti dei cosiddetti “stranieri irregolari” annunciata quattro mesi fa, forti anche degli accordi raggiunti con una serie di Paesi disponibili a “riprenderli” in Africa, anche a prescindere dalla loro nazionalità.
E’ un ulteriore passo verso l’attuazione completa del Processo di Khartoum, l’accordo fortemente voluto dall’Italia e firmato a Roma il 28 novembre 2014 tra l’Unione Europea e dieci Governi del versante orientale dell’Africa, con l’obiettivo – rafforzato dai successivi trattati di Malta (novembre 2015), che prevedono anche i rimpatri forzati dalla Ue – di esternalizzare il più a sud possibile i confini della Fortezza Europa, dandone in gestione la sorveglianza agli Stati africani contraenti, in cambio di milioni di euro, mascherati da “contributi allo sviluppo”. Un ulteriore passo in avanti, cioè, verso la realizzazione di quella barriera dove saranno altri a fare il lavoro sporco di bloccare i profughi e i migranti al posto dell’Italia e dell’Europa, ignorandone la volontà, la libertà, i diritti, la sorte stessa che li aspetta. E senza preoccuparsi dei metodi usati per tenerli al di là di quel muro.
Già, i metodi e il rispetto dei diritti. Un primo esempio concreto degli effetti del Processo di Khartoum sulla sorte dei profughi è arrivato dal Sudan, uno degli Stati cardine dell’accordo, dove negli ultimi mesi almeno 1.500 eritrei sono stati bloccati e buttati in galera, in attesa di essere rimpatriati: riconsegnati, cioè, alla dittatura dalla quale sono fuggiti, senza considerare che ad Asmara li aspetta una galera ancora più dura, per espatrio clandestino o, peggio, come disertori, essendo quasi tutti in età di leva, in base al servizio militare a vita instaurato dal regime. Ed è solo l’inizio. Una dimostrazione più ampia di quello che accadrà quando il programma funzionerà “a pieno regime”, la dà, giorno per giorno, il Processo di Rabat, l’accordo raggiunto dall’Unione Europea con 28 Stati del versante occidentale dell’Africa e di cui il Processo di Khartoum è per molti versi una “filiazione”. Firmato nel 2006, dopo un periodo di “rodaggio”, il piano Rabat è ormai diventato una barriera efficacissima, come dimostra il numero di migranti che riescono a sbarcare in Spagna dal Marocco: l’anno scorso appena 9.000 contro i 181.400 arrivati in Italia e i quasi 182 mila della Grecia. Peccato che questo blocco – come denunciano da tempo numerose Ong – sia “costruito” sulla pelle e sui diritti di profughi e migranti, in una spirale di violenza, soprusi, torture, dove la polizia e le milizie incaricate di vigilare sui confini sembrano avere in pratica mano libera, senza che nessuno ne chieda conto.
L’ultimo dossier è stato pubblicato in questi giorni, proprio mentre il decreto Minniti veniva approvato. Ne è autore Alarm Phone e si basa, in sostanza, sul monitoraggio di episodi accaduti in Marocco e in Algeria dal mese di dicembre 2016 alla fine di marzo 2017. A scorrerne le pagine, ne emerge una escalation di repressione, retate, arresti, deportazioni di massa. E non mancano le vittime: vite spezzate di giovani colpevoli di aver inseguito un sogno di libertà.
Deportazioni di massa. I raid della polizia e le deportazioni si sono moltiplicati in particolare tra la fine di novembre 2016 e il mese di febbraio 2017. Solo a Ziralda, nella provincia di Algeri, sono stati arrestati più di 1.500 migranti. Numerosi altri arresti sono segnalati in Marocco. Chi incappa nelle retate non ha scampo: tra le persone che operatori di Alarm Phone sono riusciti a contattare dopo l’espulsione forzata dall’Algeria, ad esempio, alcuni avevano un regolare permesso di soggiorno. Parecchi sono minorenni e due di questi, anzi, erano ospiti di un centro di protezione. Ma non c’è stato nulla da fare: per tutti i fermati è scattata l’espulsione. Una evidente espulsione di massa, decisa ed effettuata a prescindere dai diritti dei profughi e dalle convenzioni internazionali, simile a quelle per cui alcuni paesi europei, Italia inclusa, sono stati sanzionati in passato. Ma in questo caso, appunto, formalmente l’Europa non c’entra: il “lavoro” sono stati altri a svolgerlo.
In Marocco un’ondata massiccia di arresti si è avuta tra il 19 e il 21 febbraio, dopo due tentativi di superare in gruppo le barriere di filo spinato che blindano la linea di confine dell’enclave spagnola di Ceuta. Secondo notizie giunte alla Ong da collaboratori di Tangeri, più di cento fermati, inclusi alcuni feriti, in meno di 48 ore, ma potrebbero essere anche di più. In ogni caso, i cento e passa segnalati da Tangeri si trovano ancora in carcere: processati per direttissima, sono stati condannati a pene variabili tra i 3 e i 6 mesi e trasferiti nella prigione di Tetouan. “Ma nel processo – contesta Alarm Phone nel suo dossier – non sono state garantite le procedure legali. Gli accusati non hanno avuto alcuna possibilità di difendersi. Alcuni non hanno potuto leggere né i verbali di arresto della polizia né altri documenti. Non si è provveduto a tradurre le carte dall’arabo nella lingua degli imputati. E’ inaccettabile il modo in cui si è arrivati alla condanna. Per di più i prigionieri hanno denunciato condizioni di detenzione discriminatorie, senza la possibilità di ricevere visite e di incontrare le organizzazioni umanitarie…”.
Luoghi e metodi di deportazione. Le deportazioni – contesta Alarm Phone – vengono effettuate “in condizioni disumane”, con violenze e soprusi. Molti migranti hanno anche lamentato che al momento del fermo si sono visti sequestrare dalla polizia tutti gli effetti personali (cellulari, denaro, bagagli), che nessuno, nella maggior parte dei casi, ha poi restituito. Non solo: una volta al di là del confine, tanti sono stati abbandonati senza che avessero “nemmeno il minimo necessario per sopravvivere, a cominciare dall’acqua e dal cibo”, poiché pure le piccole riserve alimentari che avevano sono state sequestrate al momento del fermo o della distruzione dei campi improvvisati nei quali, per lo più, i profughi sono stati sorpresi. Quanto ai luoghi di destinazione dei trasferimenti forzati, dall’Algeria “i migranti vengono deportati verso sud, nel Sahara, al confine con il Niger e il Mali”. E’ qui che sarebbero finiti quasi tutti i 1.500 arrestati a Ziralda. “In Marocco, invece – prosegue il rapporto – le deportazioni sono indirizzate verso il confine con l’Algeria, nella regione di Oujda (all’estremità orientale: ndr) oppure verso il Sud del Paese”. Molti di quelli fermati mentre tentavano di entrare nel territorio spagnolo di Ceuta, dopo essere stati provvisoriamente condotti a Tangeri o a Castellejo dalle milizie ausiliarie marocchine, sono stati trasferiti verso i centri di detenzione di Fes, Tiznit e Kenitra, nel centro o nel sud del paese, in attesa dell’espulsione. Sempre con metodi a dir poco bruschi. “Alcune persone contattate dopo le retate hanno raccontato le violenze che hanno dovuto subire. Violenze confermate dalle organizzazioni algerine per i diritti umani che si sono occupate del caso”, rileva Alarm Phone, che poi aggiunge: “Più di venti organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali hanno denunciato pubblicamente questo tipo di operazioni”.
Alarm Phone ha seguito in particolare la vicenda di due gruppi di subsahariani: il primo di 47 e il secondo di 5 persone, raccogliendone le testimonianze. Entrambi i gruppi, condotti di forza al di là della frontiera del Marocco, hanno raccontato di essere rimasti abbandonati a se stessi, nella “terra di nessuno” tra il posto di confine algerino e quello marocchino, per una decina di giorni, senz’acqua e senza cibo. Sarebbero sopravvissuti, a quanto pare, soltanto grazie all’aiuto di alcuni volontari. Il loro racconto, specifica la Ong, è stato confermato da una serie di video e fotografie. Un trattamento inumano che non è stato risparmiato neppure a una donna disabile. Sono tante, del resto, le testimonianze drammatiche raccolte. Mouhamadou, 24 anni, originario della Costa d’Avorio, ha denunciato di essere stato picchiato e addirittura frustato, tanto da aver perso, per le violenze subite, l’uso parziale della mano sinistra. Esseline, una ragazza ventiseienne del Camerun, scacciata dalle guardie di frontiera algerine nonostante fosse in avanzato stato di gravidanza, dice di aver perso il bambino a causa delle sofferenze e delle fatiche patite. Cedric, appena sedicenne, anche lui proveniente dal Camerun, è stato costretto a rimanere prigioniero in una baracca militare per tre giorni, dopo che gli erano stati confiscati il bagaglio e tutti gli effetti personali.
Almeno 3 morti. Nel dossier vengono segnalati, infine, almeno tre morti, vittime della ormai totale militarizzazione del confine tra Marocco e Algeria. Lungo la linea di frontiera le autorità algerine hanno scavato una trincea larga 3 metri e profonda dai 3 ai 4 metri. Sul lato opposto il Marocco ha costruito un alto muro di recinzione, senza alcun varco. E’ qui – denuncia Alarm Phone – che tra il dicembre 2016 e il febbraio 2017 ci sono stati tre morti, oltre a diversi feriti, generalmente per fratture agli arti: persone precipitate in fondo a questa trincea anti-migranti. Più volte le guardie di frontiera sparano in aria per spaventare i profughi e costringerli ad allontanarsi dalla linea di confine. E’ presumibile, secondo la ricostruzione della Ong, che sia accaduto proprio questo: nella concitazione della fuga alcuni devono essere caduti nel grosso fossato mentre tentavano di saltarlo, rimanendo uccisi o feriti.
Al momento della firma del Processo di Khartoum, così come dei trattati di Malta o, appena due mesi fa, in occasione del memorandum con la Libia, il Governo italiano e l’Unione Europea si sono affrettati a dichiarare che gli Stati ai quali è affidata la vigilanza sui confini “esternalizzati” della Fortezza Europa, sono e saranno chiamati a garantire la sicurezza, trattamenti umani, condizioni di vita dignitose, il rispetto dei diritti dei migranti bloccati e respinti. “E’ un impegno assoluto, improrogabile”, hanno assicurato. Lo avevano detto anche al momento della firma del Processo di Rabat.
  

Tratto da: Diritti e Frontiere

giovedì 6 aprile 2017

Appello al Governo e al Parlamento Italiano




No ai migration compact e agli accordi conseguenti


L’Europarlamento ha condannato con una pesante risoluzione l’uso dei cosiddetti “migration compact”, gli accordi attraverso i quali, per bloccare i flussi migratori, l’Unione Europea e numerosi dei singoli Stati membri della Ue, a cominciare dall’Italia, esternalizzano il più a sud possibile i confini dell’Europa, dandone “in gestione” la vigilanza ai Governi africani o mediorientali contraenti, in cambio di finanziamenti descritti come aiuti o contributi allo sviluppo e alla cooperazione.

Nella risoluzione si chiede, in particolare, di instaurare “un regime di governance multilaterale” per le migrazioni, una più stretta cooperazione tra l’Unione Europea, gli organismi specializzati delle Nazioni Unite, le banche multilaterali di sviluppo e le organizzazioni regionali. E si sollecita, soprattutto, la creazione di una vera e propria politica comune europea in materia di migrazione, incentrata sui diritti umani e basata sul principio di solidarietà tra gli Stati membri.

Non solo: come prima “risposta” concreta, da attuare subito, il Parlamento Europeo vuole essere coinvolto nell’attuazione dei cosiddetti “migration compact” che l’Unione sta negoziando con vari Governi per frenare o bloccare  i flussi migratori, nella convinzione che questi accordi – di cui è stata condannata la “mancanza di trasparenza” – non devono servire per incentivare i Paesi terzi “a cooperare alla riammissione dei migranti irregolari o a dissuadere con la coercizione le persone a mettersi in viaggio oppure a fermare i flussi diretti in Europa”. Al contrario: lì dove se ne ravvisa la necessità o l’opportunità, gli aiuti vanno concessi dalla Ue senza porre alcuna condizione in materia di immigrazione.

Alla luce di questa risoluzione, sulla quale è totalmente d’accordo

l’Agenzia Habeshia

chiede al Governo e al Parlamento italiano di:

A – Revocare il recente accordo sottoscritto con il governo di Tripoli guidato da Fayez Serraj e il conseguente patto con circa 60 tribù del sud della Libia, rivolti appunto a bloccare o a rimandare in Africa i migranti, a prescindere dalla loro volontà e dalla sorte stessa che li attende. Questo è una palese violazione dei diritti fondamentali dell'Uomo.

A questa revoca vanno fatti seguire provvedimenti di annullamento o revisione analoghi per tutte le intese sottoscritte negli ultimi mesi o in via di completamento: ad esempio, Sudan, Mali, Gambia, Niger, ecc.

B – Ritirare prima dell’approvazione definitiva alla Camera il “decreto Minniti” sull’immigrazione, che è palesemente in linea e anzi completa i “migration compact”, riesumando i Cie (più volte condannati a livello europeo) per moltiplicare le espulsioni e introducendo – come hanno sottolineato numerosi giuristi – una palese violazione della Costituzione, istituendo una “giustizia speciale” ed eliminando uno dei gradi di giudizio per i ricorsi presentati contro l’eventuale rigetto delle domande di asilo o contro i decreti di respingimento forzato, con l’unico obiettivo di accelerare al massimo le procedure.

C – Rinunciare all’intenzione di rilanciare in occasione del G-7 di Taormina, nel prossimo mese di maggio, il programma generale di Migration Compact già presentato dall’Italia nell’aprile del 2016 a Bruxelles e rimasto in sospeso.

 D - Ci serve un piano congiunto tra EU - UA 1. Per risolvere le cause del esodo di profughi dell'Africa, andare alla radice del problema 2.  Proteggerli nei paesi di transito da ogni rischio di abusi e violenze, mettendo in atto un piano di accoglienza diffusa con un programma di sviluppo che coinvolge i rifugiati,  in Africa, offrendo sistemazione alloggiative, lavorative e borse di studio in Africa, creando quelle condizioni che rispettano la dignità umana. 3. Programma europeo di reinsediamento o corridoio umanitario per i casi di persone perseguitate, casi vulnerabili.


                                                                     Don Mussie Zerai

                                                             Presidente dell’Agenzia Habeshia
Aderiscono al nostro Appello:-
Tempi Moderni, 
Comitato Nuovi Desaparecidos, 
Progetto Diritti,  
Coordinamento Eritrea Democratica,
Diritti e Frontiere (Adif)
Comitato provinciale Anpi di Rimini
Possibile



       Roma, 5 aprile 2017